Dialogo con Flaubert redivivo

da | Scenette

Sull’argomento: gli amici

Flaubert: «Sono d’accordo che siano pochi, invero non bastano mai, però almeno quelli più fidati sanno accorrere in aiuto nei momenti di grave difficoltà».
Io: «Più o meno…»
Flaubert: «Quando l’azienda del marito di mia sorella si trovò sull’orlo del fallimento, ad esempio, chiesi un sostegno ai miei amici, com’è naturale».
Io: «Lo so, ho letto la sua biografia. Se non ricordo male, alcuni di essi misero a disposizione tutti i loro risparmi, con il risultato che si rovinarono economicamente».
Flaubert: «Ne provo tutt’ora una costernazione indicibile, ma il destino così ha voluto…»
Io: «Tra noi contemporanei non è più uso darsi aiuto, neanche in circostanze infinitamente meno gravi».
Flaubert: «Capisco, evidentemente preferite condividere solo i momenti gaudenti. Dopo una dura giornata passata a scrivere, andavo spesso a cena dai fratelli Goncourt. Ci si trovava tutti là a menar vanto delle proprie fatiche e dei propri successi. Io, lo riconosco, avevo modi da spaccone, che facevano andare in bestia i padroni di casa. Ma alla fine ci si divertiva tutti grandemente».
Io: «No, adesso non è il caso. Se accenni a qualche colpo di fortuna, se dichiari uno sprazzo di felicità, nessuno si diverte, ispiri solo stizza e astio. E, travestendoli da premurosi avvertimenti, ti augurano fiumi di dolore».
Flaubert: «Sarà questa fastidiosa sifilide che mi ottenebra il cervello, ma davvero mi chiedo a cosa possano servire gli amici nella vostra epoca, giusto a scattarsi l’un l’altro delle fotografie!»
Io: «Veramente ora impazzano i selfies…»
Flaubert: «Chiedo scusa, temo di non aver compreso l’ultima parola… era un termine coloniale, forse?»

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