Dichiarazione di guerra dalla Svizzera

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Da qualche tempo sto vendendo la mia collezione di musica. Parte dei dischi che da decenni stavano parcheggiati sullo stesso scaffale in file serrate è già sparpagliata per mezzo pianeta e mezzo stivale (Canada, USA, Giappone, Europa tutta, invece sotto Napoli nessun interessato).
Qualche giorno fa mi è giunto il primo segnale di scontento, un messaggio che minaccia di affibbiarmi il mio primo feedback negativo da venditore. Provenienza, Svizzera.
In sostanza l’acquirente bianco crociato lamenta che il disco ricevuto non rispecchia le condizioni pattuite, presenta cioè alcuni segni che ne rivelerebbero lo stato di disco usato anziché come nuovo.
Nel mio inglese intermedio gli rispondo che il disco è stato maneggiato solo per spedirlo. Aggiungo che probabilmente il suo bisogno di perfezione male si accorda con la richiesta di inviargli il cd senza la custodia per risparmiare sul peso del plico.
Intanto do un’occhiata al suo profilo. Dal tipo di attività registrata e dai messaggi sospetto che sia un negoziante che compra l’usato in eccellenti condizioni e lo rivende come nuovo di fabbrica.
Intuisco anche che si aspetta uno sconto per lavare l’onta. Ma a me pare inelegante ricorrere a delle mezze misure con un sì brav’uomo.
Gli offro di rispedirmi indietro il malconcio pezzo di plastica, di restituirgli i soldi, di pagare di mio la spedizione di reso e la commissione dovuta alla piattaforma di vendita.
Dopo mezza giornata di tormentato silenzio mi risponde, in un inglese questa volta più sconcertante del mio, che restituirmi il cd gli farebbe perdere soldi, che i principi della piattaforma di vendita sono altri (e se sono altri, non mi resta che ammettere di non conoscerli), che nei prossimi giorni vedrà se il suo cliente accetterà il cd ugualmente.

Bene, l’affare pare concluso, niente feedback negativo. Mi resta solo un vago senso di colpa per lo sventurato cui capiterà in sorte il mio disastrato supporto fonografico.
Tutto finito sì, ma, non essendoci la controparte a dire la sua in questo resoconto, ci si potrebbe comunque domandare: quale sarà la verità vera? Come si distribuiscono oggettivamente torto e ragione? La mia sciatteria di nativo sud-alpino mi ha indotto a valutare troppo a spanne lo stato di conservazione di un disco? O è lo svizzero a non ammettere margini ragionevoli? Che sia il formaggio, con tutti quei fori irregolari, a impegnare e prosciugare ogni tolleranza elvetica nei confronti delle inesattezze del mondo?
A volerne fare un caso nazionale, si potrebbe chiosare che l’Italia sarà anche un paese di furbi, ma talvolta si tratta di una furberia che gioca in difesa. Comunque non è un caso nazionale.

Ha una qualche utilità questa inutile storia? Forse sì: se comprate dischi nuovi in Svizzera, non state troppo rilassati.