Come far fare la bella vita a un romanzo inedito
“Incidenti nei pressi di R.M.” è nato dalla costola di un’altra opera. Mentre scrivevo, uno dei personaggi secondari ha acquisito sempre più importanza e autonomia, fino a quando si è staccato dal romanzo “principale” e ha fondato un’opera tutta sua, trascinandosi dietro alcuni personaggi, generandone di nuovi, dando corpo infine a un suo mondo e a un suo tempo.
Decisi di mettere in pausa il progetto principale e di dedicarmi a questa inaspettata novità sia per stimolare l’ispirazione su soggetti diversi, sia perché si sarebbe trattato di un lavoro molto più agevole da portare a termine.
Nacque così R.M., prima opera completa scritta in quello che è diventato il mio stile consolidato, cioè per brevi capitoli, fortemente autonomi, densi nei contenuti, che si inseriscono in una struttura complessiva propensa all’ellissi.
In generale i miei universi narrativi assomigliano a degli spazi planetari: le pagine sono come corpi celesti abitati, vivi, separati l’un l’altro da considerevoli distanze.
Si tratta di un modo di concepire la pagina, il capitolo, il nodo testuale, che deriva dalla poesia.
Riuscii a terminare e rifinire R.M. in tempi ragionevoli (cioè solo semieterni) e inviai il manoscritto al Premio Calvino. Il romanzo, nonostante la sua forte atipicità, arrivò in finale. Il Premio Calvino allora era molto diverso da quello di adesso. Fu una grande soddisfazione.
Nonostante il piazzamento però, nessun editore volle il manoscritto e questo è tutt’ora l’unico torto che R.M. ha fatto al suo autore da quando è nato.
Voi forse obietterete: scusa, peggio di così, il lavoro è rimasto inedito!
Sì, certo, è uno scorno senz’altro bruciante, anche perché a questo romanzo ho dedicato energie e tempo senza risparmio. E comunque, non per la fatica e il tempo, ma per il risultato ottenuto, lo ritengo un romanzo degnissimo delle stampe. Detto con tutta l’onestà possibile di un autore.
Ad ogni modo, R.M., nonostante sia stato snobbato dagli editori, si è comunque fatto una sua vita.
Dopo i fasti del Premio Calvino, c’è stata una serata di presentazione di R.M. al Circolo dei Lettori di Torino, che andò molto bene. Il pubblico gradì, si divertì, gli applausi furono molti di più di quello finale di cortesia.
Mi resi conto che R.M. ha una sua attrattiva nelle letture dal vivo.
Non fui l’unico a maturare tale impressione. Tra le amicizie che mi ero fatto a Torino c’erano anche due attrici che lavoravano presso la sede Rai della città. Insomma, mi ritrovai a fare un adattamento di R.M. per un piccolo spettacolo teatrale.
Anche lo spettacolo andò molto bene. La sala del locale dove ci esibimmo non era enorme ma gremita. Niente microfono per me quella volta, feci il DJ. Mi occupai di mixer, musiche e rumori, oltre che del testo, mentre le ragazze recitavano, muovevano modellini di cartapesta, esibivano cartelloni e ballavano.
Una cosa spiacevole però accadde: il proprietario del locale, contrariamente ai patti, non ci pagò. Secondo me è giusto ricordarlo. Mi spiacque soprattutto per le attrici. Non compensare dei professionisti che hanno svolto il loro lavoro è spregevole. Ancor più se, come in questo caso, lo spregevole era amico di una delle professioniste.
Ma l’epopea di R.M. non si esaurisce con queste meste note.
Venne Pordenonelegge.
Fui invitato a Pordenonelegge insieme ad un manipolo di miei colleghi scrittori inediti, di varia provenienza. Ciascuno di noi era rappresentato da un editor di case editrici grandi e piccole (a me toccò la piccola).
L’idea era di ricostruire davanti al pubblico il processo di valutazione di un manoscritto da parte della casa editrice, processo critico e manageriale attraverso il quale un lavoro letterario viene ritenuto idoneo o meno alla pubblicazione.
Anche in quell’occasione R.M. tenne banco. Rotto il ghiaccio dopo una prima lettura, lo scambio tra gli editor e con il pubblico fu quello più acceso e prolungato. La tesi in discussione era che il mio lavoro, per quanto apprezzabile, fosse comunque troppo sperimentale e non avrebbe quindi richiamato un numero sufficiente di lettori. In sintesi, pubblicarlo non era conveniente.
La cosa divertente fu che io non dissi una parola in tutto l’incontro. Non sono un oratore e non ho certo la verve di un polemista, ma quella volta davvero non riuscii ad infilare nel dibattito sul mio romanzo nemmeno una frase. Bei ricordi.
Per essere un lavoro che non ha mai visto la luce, R.M. ha girato molto di più di tante opere pubblicate. Erano anche tempi propizi, per molte ragioni.
E potrei continuare, se non si imponesse la discrezione.
R.M., oltre a sollazzarsi negli eventi che lo riguardavano direttamente, ha catalizzato alcune tappe della mia vita privata, per poi di fatto rivoluzionarla completamente.
Non tutto, specie nei rapporti umani, è rimasto vivo e gradevole, ma tra ciò che è rimasto si trova quanto di più importante accompagni la mia esistenza attualmente.
Non male per un’opera cenerentola rimasta senza scarpina di cristallo.
Riguardo la questione “troppo sperimentale per il pubblico medio”, il terribile difetto di R.M. consiste nel non essere una lettura immediatamente riconoscibile.
Ci sono autori le cui opere richiedono al lettore una sintonizzazione, una taratura. Per leggere Céline, Beckett, Proust, Joyce, Bernhard, Queneau e molti altri, dobbiamo prima aggiustare qualche manopola, commutare dei selettori, imparare i passi.
Senza volermi paragonare, ma solo per rendere l’idea, R.M. chiede al lettore una lieve regolazione preliminare di quel tipo. Non è un letale labirinto bombardato di furia avanguardista, ma semplicemente uno scritto che ambisce ad essere un’opera d’arte e non un piatto resoconto o un innocuo passatempo.
Quando espongo ad un editore questa argomentazione, l’editore mi risponde: appunto, è quello che ho detto io, troppo sperimentale. Arrivederci.
Per chi avesse curiosità di leggerlo, R.M. si trova su questo sito, raggiungibile in svariati modi, tra cui cliccare su “Incidenti nei pressi di R.M.”