CioccolaToh (impressioni di uno che peraltro non ha mai preferito il salato)

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In questi giorni in via Roma, una delle sacre vie dello shopping, si tiene la celebrazione annuale del cioccolato. La via è stata vietata al traffico per lasciar posto ad una estenuante fila di bancarelle imperfettamente uguali fra loro, che contengono la medesima merce, declinata nelle medesime decine di fogge.
Le pubblicità dell’evento sostengono che si tratti di aziende artigiane. In ogni caso, uno schieramento così massiccio, uniforme e compatto fa sembrare tutto uscito dagli stessi stampi.
È un trionfo di parallelepipedi, lisci o a tessere, sottili o in stazza da materiale edilizio. Cubetti, cubotti, tronchi di piramide, tronchi di cilindro (a immagine e somiglianza dei tetti dei capannoni), palle, palline, uova e pochi altri poliedri minoritari.

Man mano che si costeggia questo complesso dalle cinquanta sfumature di marrone, monta una crescente sensazione di oppressione e pesantezza. È come se il cacao restasse mescolato all’acciaio dei suoi stampi, come se si trascinasse dietro i silos in cui era stoccato, la stanchezza delle coltivazioni ipersfruttate da cui è stato strappato, i nastri trasportatori e le presse che lo hanno lavorato. Si immaginano le cateratte di eccipienti che lo hanno diluito, le saccate di spezie che lo hanno insipidamente personalizzato. Si vedono le gragnuole di frutta secca all’ingrosso che vi si sono conficcate, gli eserciti di frutta meno secca, raccolta chissà dove e candita chissà come, che vi si è intinta a misura.
Sembra una commemorazione, la commemorazione di un caduto sotto il fuoco amico, durante la guerra per abbattere i costi di produzione.

Da questa palude di dolce melma rappresa, infine, emergono a mezzo busto delle persone, spesso giovani, di gradevole e sottopagato aspetto, fermi in trepida attesa. Sorridono ai passanti, li salutano invitanti. Il loro esplicito desiderio è che essi si mangino la colata solidificata che li racchiude, un cubetto a testa, una tavoletta a bancomat, un boccone ciascuno. Perché lo desiderano? È il mistero più grande.
Riesco a scantonare la fiera, che ha avuto il salutare effetto di indurmi a saltare con entusiasmo almeno un paio di pasti. Infilo via Lagrange, consacrata allo shopping quanto via Roma, ma sgombra. Lì è situato un grande punto vendita di una importante fabbrica di cioccolato, il cui nome inizia per elle e finisce in “dt”. Sbircio dalla vetrina: a parte le commesse, è deserto. Del resto era prevedibile, a soli due passi ci sono le bancarelle degli artigiani.

Barbara Bouchet, 1971