Il più lieto finire

da | Poesia

Giusto l’arbitrio consente di chiamare notte questa ora, e così farla appartenere a un giorno già estinto. È un lasco convenzionale, comodo per gli esitanti, che nel loro diario possono far figura di discreti decisionisti, non sbarbati ammodo, non truccati come si deve.

In questa ora vi è l’ultimo ora disponibile per dichiarare il mio disamore.
Un ora preceduto da molti altri ora propizi di un oggi buono come un altro: ora che il gatto è uscito, che il video non attrae, che il fegato non ha euforie da sciogliere. Ora nei quali potrei chiamarla, svegliarla, squoterla, e ordinarle di andarsene, o perlomeno di preparare le sue cose e il suo andarsene, perché io non voglio più, vederla, parlarle, toccarla, avere implicazioni con lei.

Lei sì, risponderebbe, mi alzo, carico la lavatrice e poi capisco. Attendo che il té si diffonda nell’acqua e poi ti insulto, piango. Mi preparo al colloquio di lavoro e poi mi taglio ciocche di capelli a casaccio. Poso il cucchiaino nel vasetto vuoto e corro in bagno a mettermi due dita in gola.

I suoi dignitosi propositi si frantumerebbero contro gli oggetti fragili, ma io rimarrei immobile nel mio lavoro compiuto.

In questo ora vi è l’ultimo ora disponibile del giorno oggi per iniziare la pena, ma passare questo ora non allevia, non mette in salvo. Il pericolo si rinnova nell’oggi seguente e mai si estingue.

In questo ora invece io celebro la scelta del migliore dei momenti, il primo di tutti, il più naturale.
L’ho lasciata per strada, nel vivo del primo giorno, a sguardi appena incrociati, da sconosciuti, nel massimo della nostra intesa.
Lei era così serenamente devota, ubbidiente all’abbandonarci nel sempre.

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