Ridicole antonomasie

da | Poesia

Obbedisco.
Non siamo riusciti ad essere lievi, forse per forza di cose (e le “cose” sono potenti, lo sappiamo entrambi). Col permesso di inferire oltre le nostre ombre, cosa ci saremmo inferti?
Alle eccitazioni di queste domande ti sei resa liscia, riflettente. Non posso accarezzarti senza cadere, mi confini maschio in codice, inarrecante i danni, le dannazioni.
Nel tuo carnet di ballo il mio nome non ne precede mai alcuno, a spallate scaricato nell’alba inadeguata e livida, sentina delle lavorate libidini, faro sui gretti saccheggi.
Igiene e profilassi nei confronti di una sindrome del combacio, un fascinoma che potrebbe crescere e sbilanciare i preziosi sudati stati di quiete. Per quanto possano arrivare perfino a gravare e opprimere, queste anomalie sono biodegradabili: la vita le distrugge, la vita le consuma; benedetto oblio, salvifica stupefacente capacità di adattamento. Da roulette russa a montagne russe a mite russare, mi diceva un anziano vicino mentre adolescente bestemmiavo tra lacrime e assoluti; tutto finisce, tutto.
E di ciò che intanto non è finito cosa fai, lo guardi, lo palleggi, lo mungi, te lo spalmi addosso…?
Le tante possibilità moltiplicato altrettante e più volontà, un’infinità di combinazioni; quasi totalmente perdenti. Poiché perdere è uno dei verbi che ci connota: dimenticare, chiudere fuori, cedere posto, donare, darsi… Siamo esseri esotermici, e la temperatura ha un limite minimo, uno zero assoluto, non un limite massimo…

Mi trattengo dall’imbrattare con sordidi imperativi le pareti cui così bene ti uniformi. Il desiderio rende davvero insensata la distinzione tra forza e debolezza, non si riesce a capire quale delle due spinga a fare cosa.
Obbedisco quindi, e ti sfioro tendendo muscoli offensivi e scoprendo denti, ma a una distanza tale da disincarnarmi nella più ridicola delle antonomasie di delicatezza.