Incidenti nei pressi di R.M. – pag.48

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Angela è un angelo, Lucio un luccio, ma non per questo hanno smesso di litigare

Personaggi: i lontanamente genitori di R.M., il pescatore marito di Novella

Angela: «Mi sembri poco dinamico come pesce. Non ti viene voglia ogni tanto di fare dei salti sopra la superficie?»
Lucio: «Non sono un delfino. Tu come mai sei qui? Il tuo professore è forse morto?»
Angela: «Sì, non ha più bisogno di un angelo custode».
Lucio: «E quindi sei tornata da me…»
Angela: «Tornata? Volevo vedere che bella sistemazione ti eri trovato, solo per curiosità».
Lucio: «Visto che roba? Vita semplice semplice, si nuota, si mangia, qualche trappola da evitare ogni tanto. Ti risulterà di tutto riposo, vedrai».
Angela: «Non ho capito, scusa, vorresti che mi tuffassi là sotto con te?»
Lucio: «Calma, calma. Pensavo solo, ora che sei libera, che avresti voluto farmi da angelo custode».
Angela: «Ma certo, ne sarei onorata. Badante di un pinnuto appassionato di sguazzo nella melma, è il compito più gratificante che si possa immaginare. Scordatelo senza meno, averti preparato in vita una sfilza di pranzi e cene mi ha già santificata abbastanza».
Lucio: «Sai una cosa? I salti esistenziali non intaccano minimamente la tua anaffettività. Inoltre, ora che ci penso, è da molto più di una vita che non hai un sesso».
Angela cercò di infuriarsi, ma non ci riuscì, per limiti dovuti alla sua condizione. Allora piantò Lucio e si mise temporaneamente a fare l’angelo custode del figlio, con il proposito di cambiare non appena avesse individuato qualcuno che riteneva veramente bisognoso. Roberto era ormai un giovane operaio che coltivava nottetempo ambizioni di scrittore. In quel preciso momento invece stava fornicando con una donna sposata in una casa poco lontano dal fiume. Il marito di lei stazionava sulla riva del medesimo fiume, intento a pescare, per combinazione a pochi metri sopra Lucio.
Lucio, che al contrario di Angela la possibilità di infuriarsi l’aveva, prese a nuotare in tondo, sempre più vorticosamente, guizzò più volte verso l’esca del cornificato, producendo delle vibrazioni che si trasmisero al galleggiante e all’uomo in agguato.
Lucio guardò in su. Distinse attraverso le increspature di superficie, l’asta della canna e la sagoma del pescatore, e parve placarsi. Con una cautela da sminatore disincagliò il verme e se lo gustò. Come ultimo pasto, disse tra sé. Poi deciso inghiottì l’amo.
Avvertì una fitta sorda, un interno lacerarsi mentre veniva trascinato. Appeso per la bocca emerse dall’acqua. L’uomo lo liberò, gli sbattè la testa contro il muretto dell’argine e lo infilò nel tascapane insieme ad altre due vittime ittiche.
Morto di nuovo, Lucio scelse accuratamente la reincarnazione successiva, col risultato che i coniugi si persero definitivamente di vista.

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