Auto(dis)biografie: il 1453 non arriva per tutti nello stesso momento

da Ago 8, 2019Considerazioni0 commenti

Io provengo da una famiglia priva di cultura libraria, dove la parola scritta creativa è risultata sempre totalmente indifferente, sebbene sullo sfondo di una blanda riverenza tanto convenzionale quanto astratta (all’incirca lo stesso trattamento riservato al divino). Senonché, man mano che io, a partire dai sette anni, maturavo una inaspettata (assurda, se vogliamo) passione per i libri, l’indifferenza si è trasformata in una progressivamente accentuata avversione. Un’avversione quasi mai ammessa verbalmente ma visibile, prossemicamente e negli atti.
Da ragazzino non sapevo che ci fossero tanti libri nel mondo, men che meno sapevo che ve ne sono di bellissimi. Del resto nelle prime età non c’è scampo: se non esperisci o non ti insegnano qualcosa, quel qualcosa ti resta perfettamente ignoto, fosse anche l’esistenza del mare… Come dite? Gli insegnanti? A quanto pare, neanche su quel fronte ho avuto grande fortuna.
Sono dunque partito in grande svantaggio rispetto a chi è nato in una casa con una biblioteca, o con un componente della famiglia o della cerchia amicale in grado di trasmettere la nozione che esistono i libri. Non parliamo poi di chi avesse a disposizione un adulto in grado di suggerire autori e titoli adatti all’età e alle inclinazioni. Non parliamone neanche.
Nel massimo del suo splendore bibliofilo, in casa mia ci sono stati circa quindici titoli, metà a firma di Salgari e Dumas, un Pinocchio, un Tolstoj, un Kipling, e il resto anonima e modesta letteratura per ragazzi comprata a caso in cartoleria.
Trascorrevo i pomeriggi delle vacanze rincagnato in un guardaroba a leggere e rileggere a ciclo continuo ciò che avevo a disposizione, non sempre con successo (“Resurrezione” superava i miei ripetuti sforzi), alternando con fumetti di Walt Disney.
Il titolo emblematico per eccellenza della mia infanzia di lettore è un giallo di Astrid Lindgren: “S.O.S. per Kalle Blomkvist”. Una firma famosa, un titolo tutt’ora reperibile. Si dà il caso però che io trovassi quel libro terribilmente tedioso, a partire dal genere di appartenenza. Era il regalo per il mio ottavo compleanno, ed essendo quello il ritmo di acquisizione, cioè un volume a compleanno, non avevo altra scelta che adattarmi mestamente a leggerlo. Per inciso, non era mai il caso di esprimere una qualsivoglia contrarietà riguardo le scelte di acquisto di mio padre.

Edizione di lusso, questo va detto: grande formato, copertina rigida, sovracoperta, illustrazioni.
La sovracoperta venne rimossa. Da noi la sovracoperta era ritenuta parte dell’imballo, dell’involucro, evidentemente. Prova ne è che anche l’enciclopedia in diciassette più quattro volumi fu similmente denudata (già, ora che ricordo: mi sono letto pure quella).
Insomma, mandibolai la galletta rafferma e allappante che per me costituiva “S.O.S. per Kalle Blomkvist”, e dopo un’infinità di tempo venne il giorno del nono compleanno.
Spacchettai la predeterminata sorpresa, e rimasi sorpreso: era un’altra copia, nuova di zecca, di Astrid Lindgren, “S.O.S. per Kalle Blomkvist”. Essendo questa completa di sovracoperta, prevalentemente di colore bianco, mio padre non si era reso conto che si trattava dello stesso oggetto arancione conservato in camera mia da trecentosessantacinque giorni.

Episodio emblematico, dicevo, degno di capeggiare tutte le altre riprove della considerazione per il ramo merceologico a base di cellulosa e inchiostro.
Ma anche l’ultimo in ordine di tempo secondo me merita menzione. L’ho appena scoperto, durante una visita di qualche giorno nella lontana casa genitoriale.
Occorre premettere che questo decentissimo abituro è comprensivo di una tra le officine amatoriali più attrezzate della regione. Ho avuto a che fare con professionisti molto meno forniti.
Eppure, nonostante le formidabili dotazioni, un know-how semisecolare su come fabbricarsi oggetti d’ogni genere, nonché agganci e trattamenti di favore presso i venditori di materie prime, il miglior supporto per tenere socchiuse alla giusta misura le ante della portafinestra della camera degli ospiti è risultato il Diario di Anna Frank. L’edizione, nella fattispecie, marcata Repubblica/Espresso. Originariamente dotata di sovracoperta, sarei indotto a supporre.

Tra i due episodi menzionati, una cospicua messe di altri gesti di uguale segno. Tra i quali però manca quello definitivo: la distruzione.
Utilizzati inappropriatamente, esposti alle intemperie, scompostamente schiacciati, laceri, ammuffiti, comunque i libri non vengono buttati. Si tratta di una residuale forma di rispetto? No: per quanto residuale, il rispetto non si esprime in questo modo, ma dando il colpo di grazia, cosa che faccio io, assumendomene la responsabilità e subendo pure certi bizzarri sguardi di curiosa riprovazione, come se stessi compiendo un atto blasfemo nei riguardi di una religione esotica.

Mentre il treno mi riporta verso casa mia, che ora è dotata di una biblioteca, ovviamente più giovane di me ma dignitosa, ripenso alla mia infanzia lumpen-illetterata e con sforzo riesco a riconoscerle un, piccolo, aspetto positivo: i libri per me non sono cosa scontata, naturale, acquisita; da nessun punto di vista, dato che ho dovuto praticamente scoprirne persino l’esistenza.
Le scoperte, si sa, sono una ricca fonte emotiva, e, altra cosa che si sa, l’adolescenza con le emozioni va a nozze.
La collimazione di questi aspetti ha accresciuto la spettacolarità dell’impatto che hanno avuto su di me questi affascinanti solidi cartacei.
Una piccola consolazione.
D’altro canto, forse questo particolare imprinting ha contribuito a rendermi tendenzialmente intransigente e impietoso nei confronti dei libri brutti, proprio perché istintivamente vorrei che “libro brutto” fosse una contraddizione in termini.
Da questo punto di vista quella attuale non è la migliore delle epoche in cui fare la prima conoscenza col mondo librario; non per farla da perfetti selvaggi, perlomeno. In quest’epoca una buona guida è indispensabile (e quanto mai rara, in verità).
Poi però mi immagino un ipotetico ragazzino che andasse su, nella camera degli ospiti della casa dei miei, che da lì volesse uscire in terrazza, e nel farlo si trovasse tra i piedi il Diario di Anna Frank.
Mi immagino questo e mi dico chissà…

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